Sono nel pieno di una dei miei trucchetti per tenere la mente occupata.
Sto tirando giù un sacco di roba da un mobiletto della cucina.
Mia madre vuole che cerchi un contenitore di vetro, di quelli piccoli, perchè con quelli la roba da mangiare si conserva meglio.
E allora butto tutto fuori. Pentole, contenitori di varia misura, pacchi di tovaglioli, bicchieri di plastica.
Perchè quei cosetti piccoli finiscono sempre dietro dietro, incastrati in quelli più grandi, ben nascosti, impossibili da trovare.
Pause. Flashback.
Preparavo una torta. Distribuivo i piattini e le forchette di plastica.
Stop. Rewind.
Continuo a cercare quel dannatissimo contenitore di vetro. Dove diamine sarà finito?
Sto sudando. Non per il caldo nè l’agitazione.
Ma per lo sforzo mentale che mi provoca il dover allontanare quel ricordo. Una reazione a catena da bloccare in partenza.
Per tenere a bada quel fiume in piena che continua a darmi segnali di pericolo.
Da un momento all’altro potrebbe crollare tutto.
E a quel punto non potrei fare altro che rimanere a guardare lo spettacolo pauroso ed eccitante di un fiume che straripa.
E che inonda tutto. Tutto ciò che importa, tutto ciò che c’è, tutto ciò che mi teneva in piedi.
Le case, le persone, il mondo naturale che mi circonda.
Niente sopravviverebbe a quel fiume che urla tutta la sua potenza, che miete le sue vittime con un sorriso beffardo, lasciando dietro di se solo cadaveri e vuoto.
Pause. Rewind.
<<Mamma, eccolo, era qui dietro alle forchette.>>
…ho bisogno di una diga…


